Comune di Scoppito Il Municipio
HomeScrivi al comuneNewsletterForum
Torna alla Home

Home > Elephas Meridionalis >
Elephas Meridionalis
Forse non tutti conoscono la storia del cosiddetto Mammuth, custodito all’entrata del Castello Cinquecentesco dell’Aquila. E forse non tutti sanno che l'eccezionale ritrovamento ebbe luogo nel territorio di Scoppito a Madonna della Strada il 25 Marzo 1954.

Durante i lavori di sbancamento di una collina argillosa che serviva all’approviggionamento di materia prima per la vicina fornace di laterizi, vennero alla luce le ossa di un grosso animale preistorico.
Lo scheletro, rinvenuto sul fondo di un antico lago, era adagiato sul fianco sinistro con il bacino ruotato in modo da apparire supino. L'ossatura quasi completa e in perfetto stato di conservazione mancava della zanna sinistra, della parte posteriore del cranio e di alcune falangi dei piedi; misurava in altezza circa 3.75 m al garrese e 4.40 m in prossimità del cranio ed in lunghezza, dalla punta dell'unica zanna all'estremità della coda, 6.50 m circa.
Erroneamente si pensò allo scheletro di un mammuth ma ben presto gli studiosi precisarono che si trattava di un elefante preistorico appartenuto ad una specie diversa; si trattava dell'Elephas Meridionalis Nesti.
L'Elephas Meridionalis, da non confondere con altre specie di elefanti fossili, è un esemplare di sesso maschile dall'età piuttosto avanzata, come si desume dallo stato piuttosto usurato dei molari. Le dimensioni e le caratteristiche fisiche (robustezza, sporgenza della bocca, misura ridotta degli arti posteriori e obliquità del profilo dorsale) identificano l'esemplare di Scoppito come Elephas Meridionalis Nesti, specie originaria dell'Asia Meridionale, attestata in Europa, con massiccio numero di esemplari nella penisola italiana, all'inizio del Quaternario.

L'animale, databile a circa un milone di anni fa, viveva nella conca aquilana, che all'epoca si presentava come un grande lago chiuso da una cerchia di monti: il Gran Sasso, il Velino Sirente e i monti Reatini orientali.
Riguardo alle cause della morte dell'animale preistorico gli studiosi ipotizzano due possibilità: la prima, che è sicuramente la più attendibile, attribuisce alla vecchiaia la morte dell' animale; la seconda tiene conto dell'eventualità che l'animale, avvicinato si ai margini del lago per abbeverarsi e bagnarsi, sia rimasto impigliato nel fango e abbia trovato la morte.
Le operazioni di recupero dello scheletro dell'Elephas iniziarono il 26 marzo del 1954 e terminarono il 15 maggio dello stesso anno. Il delicato lavoro, eseguito con cura, risultò facilitato dalla natura sabbiosa della roccia. I singoli pezzi, una volta isolati, vennero immediatamente consolidati. Terminata l'operazione tutte le 149 ossa dello scheletro furono riposte in casse e successivamente custodite nel Castello dell'Aquila; prima di essere rimontato venne trasportato nei locali dell'Istituto di Geologia e Paleontologia dell'Università di Roma dove restò circa un anno.
Il 18 settembre 1958 lo scheletro dell'Elephas dall'Istituto di Geologia e Paleontologia dell'Università di Roma torna a L'Aquila, dove si attende alla costruzione di una particolare armatura capace di consentirne il montaggio.
Come si può osservare oggi nel museo aquilano, l'imponente animale fa bella mostra della sua mole; è ritto, con il capo leggermente chinato come se provasse a tendere in avanti la sua proboscide in quel lago, che un tempo copriva la conca aquilana.

A conferma del paleoambiente individuato nel territorio di Scoppito si pone un'importante scoperta nei pressi di Pagliare di Sassa, dove sono stati rinvenuti tra il 1997 e il 1998 i resti di un altro Elephas (datato a 500 mila anni fa), insieme a quelli di un grosso cervo, un rinoceronte ed un ippopotamo. Gli elementi suddetti, in fase di studio, potranno definire in maniera ancora più precisa la situazione geologica e paleontologica della conca aquilana.